I Cioccolatini Versace

Data Pubblicazione: 23/08/2016

I Cioccolatini Versace

I Cioccolatini Versace e i Biscotti Dolce e Gabbana: quando anche il cibo è griffato.
 
Fa discutere la mostra dell'artista Peddy Mergui ispirata dalla società contemporanea in cui le griffes comandano l'economia, orientando i consumi delle masse. Volete il cioccolatino Versace? Oppure i biscottini di Dolce e Gabbana, la farina di Prada o i noodles di Bulgari? Perché non prendere invece uno yogurt da Tiffany, o cenare con un salame di Vuitton? No, non si tratta dell'avvento di una nuova boutique griffata e interamente dedicata alla gastronomia, bensì della riuscitissima provocazione di Peddy Mergui, definito l’artista dei "cibi griffati". Sua è infatti l'idea dei prodotti sopra menzionati, ma anche delle bustine di sale e pepe di Hermès e della uova di Versace, tutti cibi normalissimi, che fanno parte della vita quotidiana di chiunque possa permettersi un pasto, ma che hanno come particolarità quella di essere firmati. O meglio, di possedere costosi packaging griffati. La confezione dunque fa la differenza? E basta una firma per rendere appetibile - nonché costosissimo - anche il cibo più semplice? Questa è la provocazione di Peddy Mergui, celebre artista di origini marocchine che ha dato vita a "Wheat is Wheat is Wheat", una mostra che fino al 15 giugno 2016 è stata esposta presso il Museum of Craft and Design di San Francisco, in California. Tuttavia - almeno a sentir lui - con questa mostra Mergui non intende condannare un sistema economico fondato sui brand (e ancor di più sui brand griffati, per chi può permetterseli), bensì constatare in maniera alquanto ironica, forse anche polemica, lo strapotere delle firme. La riflessione dell'artista è tutta incentrata sull'importanza del ruolo del designer: e da lui che dipende la vendibilità di un prodotto, a maggior ragione nella moderna società capitalista, dove gli acquirenti badano più al modo in cui viene presentato il prodotto che al prodotto in sé. Essi, infatti, acquistano per lo più in base al packaging, che dunque deve esercitare una grande forte attrattiva, nonché avere il potere di evocare sensazioni positive, talora addirittura esaltanti. Da qui nasce la provocazione di Peddy Mergui: cosa accadrebbe se davvero esistesse cibo firmato? La gente lo comprerebbe solo per dimostrare di essere alla moda anche a tavola? E soprattutto, basterebbe la firma per convincerci che quel cibo griffato è migliore dell'altro disponibile nei comuni supermercati? La risposta a queste domande probabilmente è sì, ma Mergui non si arroga alcun diritto di rispondere, né di trarre conclusioni. A lui basta che la gente rifletta e si ponga degli interrogativi, anche scomodi. E in questo caso ci è decisamente riuscito, visto il vespaio di polemiche che la mostra ha suscitato sia negli Stati Uniti che all'estero.3

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